Caro diario, ormai sono quasi tre mesi che non vedo la luce pura del sole, tre mesi in cui l’unica finestra che ho verso il mondo reale è quella della televisione.

Ogni tanto nelle orecchie mi rimbomba il suono delle risate dei miei amici ma a parte quello il silenzio rimane assordante, i suoi arti sembrano stritolarmi, mi manca il respiro, ansimo mentre l’aria si fa sempre più rarefatta.

Inspiro e alzo lo sguardo ma intorno a me vedo solo desolazione e morte, i contagi e i decessi si susseguono, le vite delle persone che prima avevano dei cari che li amavano e vivevano proprio come me si tramutano in insignificanti numeri proiettati su uno schermo.

I dottori parlano e nei loro occhi si legge speranza, una speranza che purtroppo è offuscata dalla stanchezza che li attanaglia.

Ormai la nostra vita è appesa a un filo, labile e incerta come polvere al vento basterebbe anche solo un refolo contaminato e la nostra esistenza verrebbe spazzata via.

Quasi tutte le notti penso, mentre il ritmo costante delle sirene rimbomba fiocamente nelle mie orecchie, che forse non si tornerà mai alla normalità, quella normalità che fino a poco tempo fa disprezzavo ma che a causa di questa situazione ho tanto rimpianto.

Impossibile dimenticare gli orrori vissuti, il soffio ovattato del dolore che turpe avvolge coloro che hanno perso un caro in una guerra combattuta su un fronte astratto.

I giorni si susseguono sfiancanti passati tra videolezioni e compiti ma mentre ascolto le voci dei professori spiegare i nuovi argomenti mi sento svuotata da qualsiasi emozione e percepisco il tutto in modo distante.

Vorrei svegliarmi da questo torpore asfissiante, mi basterebbe un solo grido di esultanza, un grido che simboleggerebbe la vittoria nella battaglia che stiamo combattendo.

di A. L. S

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