I simboli di Milano

Milano, città contemporanea conosciuta nel mondo per la sua avanguardia, cela dietro la sua risoluta apparenza un avvolgente passato ricco di storie e leggende. Questi racconti affascinanti, a differenza di quanto si possa pensare, non si limitano a rimanere archiviati nelle menti dei cittadini passati ma vengono tramandate in maniera impercettibile di generazione in generazione.

Come? Vi starete chiedendo; di certo non si tratta di un’istruzione fornita con l’unico fine di educare i Milanesi alla storia della propria città, ma basterà loro andare a prendere un treno in stazione centrale oppure semplicemente sedersi comodamente per gustare un fragrante caffè in Duomo che alzando lo sguardo in qualsiasi direzione potranno notare i chiari segni delle testimonianze dei loro predecessori.

Possiamo dire che oltre le numerose architetture di diversa data che ornano le strade che abitualmente percorriamo, vi sono numerosi simboli diventati noti nella cultura popolare che caratterizzano le fondamenta di ciò che noi oggi viviamo quotidianamente.

È proprio lo storico Tito Livio ad accertare la data della fondazione di Milano nel VI secolo, quando una tribù celtica attraversò le Alpi con il fine di conquistare l’Italia settentrionale. Purtroppo l’impresa non fu facile e Belloveso, colui che conduceva la spedizione, si ritrovò a dover far fronte a una Pianura ricoperta di melma in alcun modo ospitale per una presunta città. I galli non si scoraggiarono e si affidarono al consiglio dell’oracolo, da questa loro scelta possiamo dire che ebbe origine la storia del primo vero e proprio simbolo di Milano.

Infatti la risposta dell’oracolo ridiede speranza a Belloveso, spiegando che una femmina di cinghiale parzialmente ricoperta di pelo avrebbe dato loro l’ispirazione per l’origine e il nome della nostra attuale metropoli. E così fu, una volta incontrata la famosa scrofa considerata sacra dai Celti avvenne di conseguenza anche la nascita di Medhe-Ian, diventata poi Mediolanum (terra di mezzo o semi lanuta) in epoca latina.

Questo stemma subì poi un’evoluzione venendo sostituito poi dal famoso Biscione simbolo dei Visconti.

Prima di giungere a questo ultimo però si ha conoscenza di una bandiera che affonda le proprie radici nel Medioevo. Essa ritraeva uno sfondo bianco sovrastato da una croce rossa a simboleggiare rispettivamente il ceto popolare e il ceto nobile degli abitanti.

Questo stemma apparve poi sporadicamente nel corso della storia per poi lasciare spazio al già sopracitato celebre emblema araldico.

La leggenda, nata per nascondere le origini poco nobili dei Visconti, conosciuti come i signori di Anguaria/Angera (dal latino anguis, serpente), narra che Bonifacio, signore di Pavia, sposò la figlia del duca di Milano Bianca. Un giorno però mentre combatteva contro i Saraceni, il loro figlioletto venne rapito e mangiato dal drago Tarantasio che anticamente terrorizzava Milano. Tornato dalla guerra, Bonifacio cercò il mostro: lo trovò e lo sventro trasformandolo nella celebre immagine del serpente che inghiotte il bambino. C’è chi lo collega al serpente di bronzo di Mosè, il Nehustan (ve n’è una copia su di un capitello, nella Basilica di Sant’Ambrogio). Chi non ci vede un uomo ingoiato bensì un uomo nascente dall’animale, simbolo di fertilità. Altri invece credono che le sue origini siano radicate ai tempi dell’arte paleocristiana, dove gli uomini erano soliti raffigurare una biscia mentre ingoiava il profeta ebraico Giona.